N°6 Disfagia pediatrica: il ruolo della famiglia e della scuola

Quando un bambino presenta una disfagia, la gestione non riguarda soltanto il momento della valutazione o della terapia.

Il bambino mangia a casa, dai nonni, a scuola, durante le feste e nelle occasioni sociali.

Per questo motivo è fondamentale che le persone che si occupano di lui conoscano le sue necessità e sappiano come comportarsi durante il pasto.

 

La consapevolezza del momento del pasto

Prima ancora delle indicazioni tecniche, c’è un elemento fondamentale: la consapevolezza dell’adulto.

Chi accompagna il bambino nel pasto deve sapere:

  • quali alimenti e consistenze sono indicati;
  • quali alimenti devono essere evitati;
  • quali segnali osservare;
  • quale postura favorisce un’alimentazione sicura;
  • come rispettare i tempi del bambino;
  • quando interrompere il pasto e chiedere aiuto.

Ma deve anche imparare a non vivere ogni boccone come un possibile pericolo.

Un adulto ansioso può controllare continuamente il bambino, imboccarlo troppo velocemente, interromperlo di continuo o manifestare paura davanti a ogni colpo di tosse.

Il bambino percepisce queste reazioni.

Sicurezza sì, paura no

Questo è uno dei messaggi più importanti per le famiglie.

La prudenza non deve trasformarsi in paura.

Frasi ripetute come “stai attento che soffochi” o “non mangiare quello perché è pericoloso” possono rendere il bambino insicuro e aumentare la tensione durante il pasto.

Anche nonni, babysitter e insegnanti devono ricevere indicazioni chiare, ma possibilmente semplici, condivise e prive di allarmismi.

Quando il bambino ha una disfagia, non è necessario che ogni adulto improvvisi strategie diverse.

È molto più utile avere poche indicazioni chiare e rispettarle con coerenza.

  

La famiglia può aiutare anche attraverso la cucina

Il pasto può diventare un’occasione per ampliare gradualmente le esperienze alimentari.

Per i bambini con alimentazione selettiva, può essere utile partire dagli alimenti già accettati e introdurre piccole variazioni:

  • modificare gradualmente forma o presentazione;
  • accostare un alimento nuovo a uno già conosciuto;
  • proporre piccole quantità senza obbligare il bambino a terminare;
  • rispettare i tempi di esplorazione;
  • coinvolgere il bambino nella preparazione dei cibi;
  • variare colori, forme e modalità di presentazione.

La cucina può quindi diventare uno strumento per ridurre la rigidità alimentare e aumentare gradualmente la varietà, sempre rispettando le capacità motorie e la sicurezza del bambino.

Non è invece utile trasformare ogni pasto in una prova o costringere il bambino ad assaggiare.

 

Cosa osservare durante i pasti

La famiglia può diventare una preziosa fonte di informazioni per il professionista.

Può osservare:

  • quali alimenti vengono accettati;
  • quali vengono rifiutati;
  • quali richiedono più tempo;
  • se il bambino mastica da entrambi i lati;
  • se riesce a spostare il cibo lateralmente con la lingua;
  • se tende a schiacciare il cibo contro il palato;
  • se trattiene il cibo in bocca;
  • se tossisce o si schiarisce la voce;
  • se si stanca;
  • quanto dura mediamente il pasto.

Queste osservazioni possono aiutare il logopedista a comprendere meglio quali competenze sono presenti e quali devono essere approfondite.

 

Casa, nonni e scuola: le indicazioni devono essere condivise

Quando il bambino frequenta la scuola, le persone che partecipano al momento della mensa devono conoscere le indicazioni specifiche.

È importante che siano condivisi:

  • gli alimenti consentiti;
  • le eventuali consistenze modificate;
  • le modalità di somministrazione;
  • la postura;
  • i tempi del pasto;
  • i comportamenti da adottare in caso di difficoltà.

Le indicazioni non dovrebbero essere affidate soltanto alla memoria dei singoli adulti.

Una comunicazione chiara tra famiglia, pediatra, logopedista, eventuali altri specialisti e scuola permette di creare una maggiore continuità nella gestione del bambino.

 

Il bambino deve continuare a vivere il pasto come un momento di relazione

La disfagia non deve diventare l’unica cosa che definisce il bambino a tavola.

Mangiare significa anche stare insieme, sperimentare, conoscere nuovi alimenti, partecipare alla vita familiare e sviluppare autonomia.

Per questo l’obiettivo non è soltanto “far mangiare il bambino in sicurezza”, ma permettergli, per quanto possibile, di vivere il pasto come un’esperienza serena e positiva.

Sicurezza, competenza e serenità devono procedere insieme.